
Autore: Tommaso Rinaldi
Data di pubblicazione: 20 gennaio 2026
DINAMICHE DEMOGRAFICHE E “GENERAZIONE SANDWICH”
Il mese scorso ho notato un certo fervore, anche a livello cittadino, sul tema delle dinamiche demografiche e la cosa ha destato in me una certa sorpresa: se si parla anche di questi temi, vuol dire che un po' di attenzione relativa a questo delicato aspetto della nostra vita inizia a venir fuori.
Tuttavia, ci sono due temi che, a mio parere, vengono indagati poco e male:
1 Per le nuove generazioni costruire un proprio nucleo familiare non è più una priorità.
Fino a trenta-quaranta anni fa, era fisiologico pensare di mettere su famiglia e procreare (o tentare di
farlo) senza troppi arzigogoli mentali.
Oggi, sia per le mutate esigenze personali, a cominciare dal ruolo della donna che non intende più sacrificare la propria realizzazione personale e professionale (sacrosanto) a scapito del vecchio stereotipo dell’angelo del focolare domestico; sia per una certa incapacità di confrontarsi con l’altra metà del cielo che porta come conseguenza una impennata impressionante della pet economy e l’invasione di cani, gatti e altri animali domestici, certamente più docili da addomesticare rispetto ad un partner o ad un bambino bisognoso di cure e attenzioni costanti; sia per aspetti economico-finanziari derivanti non solo dal mancato adeguamento dei salari all’inflazione degli ultimi 30 anni ma anche da una socialità enormemente più costosa rispetto a quella di qualche tempo fa (aperitivi, pizze e cene fuori, week-end sempre più frequenti, piattaforme di streaming televisivo e chi più ne ha più ne metta) sono aspetti che incidono pesantemente sul bilancio familiare e, quindi, sull’eventuale desiderio di creare una famiglia o mettere al mondo un bimbo.
Con le conseguenze nefaste che tutti noi stiamo sperimentando: il vociare festoso dei bimbi per strada è quasi un ricordo e gli istituti scolastici sempre più vuoti certificano ampiamente questo stato di cose.
2 La “generazione sandwich”
La cosiddetta generazione sandwich non è una categoria emotiva: è un fatto sociale e riguarda una coorte precisa, collocata tra i 40 ed i 60 anni, che si trova a svolgere simultaneamente tre ruoli fondamentali:
genitore, figlio e individuo che invecchia.
È una generazione chiamata a sostenere, nello stesso tempo, chi non è ancora autonomo, chi non lo è più e, contemporaneamente, a doversi occupare del proprio presente, mentre il proprio futuro resta sospeso.
Nei secoli precedenti, non è mai successo che un individuo si sia trovato ad essere responsabile di tre generazioni contemporaneamente!
Ecco, allora, che vanno indagati più approfonditamente alcuni aspetti che pesano psicologicamente e finanziariamente sulla “generazione sandwich”
Il primo fronte è quello dei figli.
Secondo i dati OCSE, l’età media a cui un ragazzo italiano lascia la casa dei genitori sfiora i 31 anni, rispetto ad una media europea che si attesta a 26,6 anni. L’ingresso nell’età adulta si è dilatato, frammentato, reso incerto; l’autonomia economica non è più una tappa fisiologica ma un traguardo instabile, spesso rimandato di anni e non si tratta solo di scelte individuali, ma di un mercato del lavoro
fragile, di percorsi educativi costosi, di redditi insufficienti.
La famiglia, quindi, diventa un ammortizzatore sociale informale, chiamato a supplire alle carenze strutturali del sistema e a far da cuscinetto, ad esempio, alla metà di diplomati che non proseguono gli studi o a quel pericoloso 20% di giovani di età compresa tra
i 15 ed i 29 che non studiano, non lavorano e non si formano (i cosiddetti NEET).
I giovani diplomati che riescono ad entrare nel mondo del lavoro, secondo i dati ISTAT, devono accontentarsi mediamente di un reddito annuo lordo di circa € 15.000,00, un terzo in meno di ciò che percepisce un cinquantenne ed è uno dei motivi per cui
i giovani raggiungono l’indipendenza economica molto più tardi rispetto alle generazioni precedenti.
Vi è poi il 27% di giovani che riesce a laurearsi, ma con enormi sacrifici finanziari da parte delle famiglie (occorrono tra 15 e € 19.000 annui per coprire tutte le spese di uno studente fuori sede).
Il secondo fronte è quello dei genitori.
L’allungamento della vita ha trasformato la vecchiaia in una fase lunga, complessa, talvolta vulnerabile. Le reti pubbliche di assistenza non crescono allo stesso ritmo della longevità e il carico dell’accudimento ricade sulle famiglie e, in particolare, su quella generazione di mezzo (sandwich )che si ritrova a gestire dipendenza, fragilità e bisogni crescenti.
Oggi ci sono sessantenni e settantenni che hanno ancora genitori in vita, decisamente impensabile qualche decennio fa; basti pensare che nel 1950 i centenari erano appena 165 in tutta Italia, mentre oggi sono quasi 24.000.
Con tutto il carico di frequenti visite mediche, patologie croniche, non autosufficienze con cui giornalmente combattono milioni di italiani.
In definitiva, il problema non è più quanto si vive, ma come lo si fa e con quali risorse.
Il terzo fronte, meno visibile e proprio per questo più critico è la compressione del progetto individuale della "generazione sandwich".
Chi sostiene figli e genitori tende a rimandare sistematicamente la costruzione del proprio futuro: l’accumulazione Previdenziale, le coperture attraverso le quali proteggere reddito e patrimonio, il risparmio di lungo periodo per godersi in assoluta autonomia
la parte della vita in quiescenza diventano variabili sacrificabili, rinviate a un tempo che sembra non arrivare mai.
La generazione sandwich, perciò, vive una tensione permanente tra solidarietà privata e mancanza di risposte collettive ed è chiamata, suo malgrado, a compensare squilibri demografici, economici e istituzionali con risorse proprie.
In questo quadro, pianificare non è un atto individualista, ma un comportamento adattivo: significa riconoscere che la sicurezza futura non può più essere delegata, né allo Stato né al caso e, soprattutto,significa trasformare il tempo in una risorsa sociale prima ancora che finanziaria.
Pianificare non è cinismo: è semplicemente la differenza tra subire il futuro o guidarlo.
Chi oggi è più giovane osserva tutto questo con naturale indifferenza; gli studi universitari appaiono molto lontani e la propria vecchiaia un pianeta sconosciuto e a distanza siderale.
Ma è proprio quella distanza a rappresentare il suo più grande alleato, un enorme vantaggio strutturale, lo spazio entro cui scelte piccole, anticipate, coerenti, possono produrre effetti profondi.
In conclusione, la generazione sandwich, che vive oggi le conseguenze di decisioni rinviate, è anche la prima a poter trasmettere un sapere nuovo:
il futuro non si improvvisa e la prevenzione, in una società che invecchia, è una forma di responsabilità collettiva.
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